“Molte scoperte recenti in campo biologico, neurologico e antropologico ci offrono un’immagine dell’essere umano diversa rispetto a quella in voga durante l’Illuminismo. Per esempio, la scoperta dei neuroni specchio dimostra che siamo una specie sociale fatta più per l’empatia che per l’autonomia. (…) E’ una novità – stiamo pensando come razza umana. Abbiamo ancora una buona dose di xenofobia e pregiudizi ma penso che abbiamo colto la scintilla di qualcosa di nuovo e dobbiamo agganciarci ad essa perché è in gioco la nostra sopravvivenza”  (Jeremy Rifkin)

 

Perché è importante l’empatia

Che l’empatia sia una capacità con la quale nasciamo, è facilmente osservabile nei neonati. Se a un neonato lo si posiziona vicino ad altri neonati, come spesso avviene negli ospedali o nelle case di maternità, e questo inizia a piangere, subito dopo, come in effetto domino, gli altri neonati si uniranno al coro. Non sono consapevoli del motivo per cui lo fanno, ma lo fanno. Questo fenomeno di matrice biologica è stato chiamato “empathic distress”, ovvero, disagio empatico.

Nello sviluppo infantile, intorno all’età di due anni e mezzo, il bambino inizia a riconoscersi allo specchio e a percepire sé stesso più chiaramente. Inizia a formarsi una soggettività e l’empatia diventa man mano anche un fenomeno culturale. La definizione della sua soggettività va per mano con lo sviluppo della sua capacità empatica.

Il vero viaggio esistenziale inizia quando il bambino è in grado di comprendere che la vita è un ciclo fatto di nascite e di morti e impara che anche a lui spetta lo stesso destino di tutti gli altri esseri umani. In questa consapevolezza risiede il senso di fragilità e di vulnerabilità della nostra esistenza, e pertanto anche la nostra predisposizione alla solidarietà più o meno sviluppata in base ai condizionamenti culturali che riceviamo nel corso della vita. Nella fragilità dell’essere si nasconde la preziosità dell’esistenza. Nella nostra vulnerabilità c’è il seme della compassione e il desiderio di celebrare la vita.

Jeremy Rifkin afferma che l’empatia è l’opposto di utopia ed ironizza dicendo che non c’è empatia in paradiso. In paradiso non c’è più quella esperienza che porta noi mortali a riconoscere la sacralità della vita e a celebrarla. Non c’è mortalità come non c’è sofferenza e l’empatia si attiva anche di fronte al naturale riconoscimento ed accettazione del ciclo vita-morte.

L’empatia è una predisposizione biologica ed un’ emozione che si manifesta e cresce nei vasti terreni delle nostre imperfezioni, della nostra vulnerabilità e pertanto non è utopia parlare di una civiltà fatta di persone empatiche. Parlare di civiltà empatica significa proporre di rafforzare ciò che siamo già, ciò che è la nostra eredità biologica e ciò che questa ci consente di fare. Affermare che è possibile veder nascere una civiltà empatica è fare leva sul fatto che la natura ci ha preparato per stabilire legami di solidarietà, di amore e di collaborazione.

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