“Il principio biocentrico, concetto di Rolando Toro, si riferisce principalmente alla complessità della vita organica e alle leggi che permettono la conservazione e l’evoluzione dei sistemi viventi.”

La filiazione biologica del vivente, la sua replicazione, la sua capacità di autorganizzazione, l’evoluzione selettiva, la differenziazione, la memoria, l’invarianza riproduttiva sono alcuni principi essenziali per la comprensione degli organismi viventi resi noti dalla scienza. Le scoperte delle scienze umane e naturali sollecitano la nostra attenzione verso il vivente. La funzione dell’istinto, le funzioni originarie della vita e i suoi principi organizzativi, dimostrano essere degni di considerazione e fonte di ispirazione anche per la nostra vita da individui con un’identità socialmente e culturalmente condizionata.

Il “Modello Teorico della Biodanza” prende spunto principalmente da queste dimensioni del sapere per rappresentare il suo metodo. Il principio biocentrico, concetto di Rolando Toro, si riferisce principalmente alla complessità della vita organica e alle leggi che permettono la conservazione e l’evoluzione dei sistemi viventi. Per questo, anche se la pratica della Biodanza può essere letta da diversi livelli di conoscenza, il suo aspetto biologico è, senza dubbio, uno dei più caratterizzanti.

I neuro scienziati tendono a confermare che siamo tutti interconnessi attraverso una rete neurobiologica. Inoltre, a qualsiasi livello di osservazione, sia molecolare, cellulare, organico, psicologico o sociale, pare che in tutti e in tutto ci sia un’ unidualità, ovvero un’ appartenenza ad un’ ordine maggiore che al tempo stesso tiene conto della specificità delle sue parti. Partire da questa premessa è un punto di forza del “Modello Teorico della Biodanza”.

Fino a poco tempo fa si credeva che il nucleo di una cellula, che contiene il DNA, fosse il suo cervello. Con le ricerche e le scoperte del biologo molecolare Bruce Lipton, precursore dell’epigenetica che studia la modulazione genica in base alle alterazioni della chimica cellulare, si è successivamente scoperto che le cellule possono vivere e funzionare bene anche quando i nuclei vengono asportati. Da queste ricerche emerge che il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che è reattiva agli stimoli esterni e si adatta dinamicamente all’ambiente. Il comportamento cellulare è definito in base allo scambio di stimoli con il contesto d’appartenenza. In altre parole, pare che non sia la gerarchia, ma la connettività, ovvero la capacità di relazionarsi con l’ambiente, la chiave per la sopravvivenza ed evoluzione delle nostre cellule.

Le scoperte stanno però sobbarcando i limiti dell’immaginario e mettendo in forte dubbio gli assiomi sui quali grande parte della scienza si è finora appoggiata. E’ necessaria una nuova alleanza tra tutte le discipline umane, come ci auspica il Premio Nobel per la Chimica, Ilya Prigogine. L’interconnessione non si limita al livello puramente organico. Questa membrana cellulare è anche in grado di rispondere all’attività del pensiero e all’esperienza emotiva, il ché, tradotto in termini esistenziali, potrebbe stare ad indicare che la persona è in grado di influenzare il suo funzionamento cellulare e i processi di rigenerazione cellulare. Nella misura del possibile, l’esercizio della scelta degli ambienti e gli stimoli a cui esporsi potrebbe diventare determinante.

L’importanza di un lavoro che miri ad integrare gli aspetti della totalità umana, partendo dal riequilibrio neurovegetativo, è evidente di fronte alla plasticità e dinamismo della nostra biologia e genetica. Resa superabile l’illusione del determinismo genetico e del determinismo ambientale, e scoprendo la complessa trama di interazioni tra i diversi livelli della vita, non è difficile riconoscere il valore del lavoro d’integrazione che fa la Biodanza.

Fino a poco tempo fa si pensava che i neuroni degli adulti non si dividevano. Oggi, per fortuna, sappiamo che i neuroni possono moltiplicarsi in buone condizioni ambientali. Sappiamo che il sistema nervoso endocrino e quello immunitario sono interconnessi e formano una rete. Abbiamo scoperto che il nostro DNA contiene dei “potenziali”, cioè delle propensioni genetiche che possono, come no, rendersi manifeste in base agli stimoli a cui ci esponiamo. Il DNA è il ricettario della vita, ma noi siamo gli artefici. Stiamo diventando consapevoli che il modo di stare al mondo influisce sulla nostra predisposizione a sviluppare una malattia piuttosto che un’altra, come suggerisce Andrew Newberg e tanti altri scienziati e studiosi.

La plasticità neurale, ovvero, il fatto già ampiamente dimostrato che la quantità, la consistenza e il funzionamento delle reti neurali non è finita ed irreversibile come si pensava, sta ad indicare la capacità della nostra architettura neurale di riadattarsi e di rigenerarsi nel corso della nostra vita. Detto questo, rimane certo il fatto che ci sono “periodi critici” quali la prima infanzia, particolarmente “plastici” e dopo i quali questa capacità è significativamente ridotta, ma mai persa del tutto. La plasticità neurale negli adulti è importante per i processi di apprendimento e di memoria, ma di particolare importanza nei fenomeni di recupero di funzioni cognitive, motorie e relazionali dopo lesioni del sistema nervoso. I neuroni che non hanno sofferto una lesione possono compensare gli altri riorganizzandosi ed innervandosi con quelli che invece sono rimasti isolati. Gli stimoli che noi abbiamo ricevuto e riceviamo dall’ambiente ci permettono di creare e rafforzare, attraverso la meravigliosa architettura del nostro sistema nervoso, espressa in attività elettrica sinaptica, alcune connessioni neurali a scapito di altre, plasmando il nostro cervello nelle forme più sofisticate possibili.

La scienza continua a sfornare scoperte rivoluzionarie che si intrecciano tra di loro, obbligandoci a prestare attenzione ad aspetti della natura umana prima relegati al mistero. Un’altra linea di ricerca interessante, piuttosto recente e ancora da approfondire, è quella della genomica psicosociale. La genomica psicosociale si dedica a studiare le relazioni tra le esperienze umane e l’espressione genica (i geni). Uno dei pionieri è Ernest Rossi, scienziato statunitense che suggerisce che ci sono diversi “cicli adattativi” che rendono la nostra genetica modulabile da diversi livelli, incluso quello cognitivo, emozionale e comportamentale. Il flusso classico di informazione potrebbe essere, ad esempio, che i geni generano una proteina che compie un’azione- funzione per l’organismo. I risultati delle ricerche in ambito di genomica psicosociale, suggeriscono che esistono, però, altri flussi di informazione, e che l’esperienza della mente e altri tipi di esperienza, ad esempio quella emotiva, possono altrettanto modificare l’espressione dei geni. In altre parole, questo suggerisce che la conoscenza, le esperienze psicologiche, i vissuti emozionali ed spirituali potrebbero modulare la nostra genetica. Ad altri livelli di organizzazione, questa scoperta potrebbe stare ad indicare che la ripetuta esposizione a nuovi stimoli può portare ad una ricontestualizzazione del nostro vissuto con un conseguente effetto sul nostro organismo, tale come propone la Biodanza con i suoi esercizi di trance integranti e fisiologiche.

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